Il memoir di Kamala Harris, 107 Days, avrebbe dovuto offrire una spiegazione sincera di ciò che non funzionò durante la sua campagna presidenziale.
Invece, secondo i suoi critici, il libro potrebbe aver aperto la porta a un dibattito ancora più scomodo.
Piuttosto che attribuire semplicemente la sconfitta alla brevità della campagna, il memoir ha riportato l’attenzione su una domanda più profonda: il tempo era davvero il problema principale?
I critici sostengono che Harris abbia affrontato una difficoltà molto più grande: convincere gli elettori che la sua campagna avesse un’identità chiara e una risposta convincente alle questioni che più preoccupavano il Paese.
Economia, immigrazione, guerra a Gaza e politica climatica richiedevano posizioni forti e facilmente comprensibili. Secondo i suoi detrattori, però, la campagna ebbe difficoltà a trasformare temi così complessi in un messaggio capace di entrare in sintonia con le preoccupazioni quotidiane degli elettori.
Il memoir ripercorre anche alcune decisioni strategiche particolarmente delicate.
Tra queste ci sono le valutazioni legate ai possibili candidati alla vicepresidenza e i timori su come determinate scelte avrebbero potuto essere accolte dagli elettori. Per i critici, queste decisioni mostrerebbero una campagna spesso condizionata dai calcoli politici, invece di una squadra capace di stabilire con sicurezza una propria direzione.
Un altro problema riguardava il rapporto tra la campagna di Harris e l’amministrazione Biden.
Harris doveva presentarsi come una candidata in grado di proporre qualcosa di nuovo, pur rimanendo legata all’amministrazione di cui aveva fatto parte.
Trovare il giusto equilibrio si rivelò estremamente difficile.
E poi c’era l’immagine pubblica della campagna.
I critici hanno messo in discussione l’enfasi posta sul sostegno delle celebrità, sui grandi eventi, sulle apparizioni costose e sull’attenzione dei social media. Secondo loro, la visibilità da sola non poteva sostituire un messaggio incentrato sulle preoccupazioni economiche concrete delle famiglie e dei lavoratori.
Questa critica è diventata uno degli aspetti più discussi di 107 Days.
Per Harris, il memoir rappresentava un’occasione per spiegare una campagna terminata con una sconfitta.
Per i suoi critici, tuttavia, il libro è diventato qualcosa di molto diverso.
A loro giudizio, non si limita a spiegare perché la campagna abbia avuto così poco tempo a disposizione.
Al contrario, solleva interrogativi sul fatto che la campagna sia mai riuscita davvero a trovare il messaggio politico, la strategia e il rapporto con gli elettori di cui aveva bisogno.
E forse è proprio questa la domanda più difficile che continua a circondare l’eredità politica di Harris:
La sua sconfitta fu davvero il risultato di soli 107 giorni — oppure quei 107 giorni rivelarono semplicemente problemi che esistevano già da molto tempo?