Quando il telefono iniziò a squillare di nuovo, sentii un brivido attraversarmi la schiena.
Sul display compariva ancora il nome di mia madre.
Per un istante fui tentato di rispondere.
Poi guardai l’agente federale.
Lei non sembrava spaventata.
Sembrava preoccupata.
«Se rispondi adesso, potrebbero sapere esattamente dove sei», disse con voce bassa.
«Chi?» chiesi.
Ma lei non rispose.
Dietro di lei, dall’interno dell’Unità 17, arrivò un altro segnale acustico.
Questa volta più forte.
Più insistente.
Come se qualcosa stesse aspettando proprio me.
Stringevo la chiave di ottone così forte da farmi male alle dita.
Mio padre era stato sepolto meno di un’ora prima.
Eppure ogni minuto che passava rendeva quella realtà sempre meno credibile.
La bara era vuota.
L’FBI mi stava aspettando.
E qualcuno stava cercando disperatamente di riportarmi a casa.
L’agente si avvicinò lentamente.
«Tuo padre non era l’uomo che credevi di conoscere.»
Sentii il cuore accelerare.
«Cosa significa?»
Lei esitò.
Poi guardò verso il deposito.
«Significa che per oltre vent’anni ha vissuto sapendo che un giorno sarebbe arrivato questo momento.»
Il telefono vibrò ancora.
Un nuovo messaggio.
Non era di mia madre.
Numero sconosciuto.
Aprii la notifica.
C’erano solo quattro parole.
NON APRIRE QUELLA PORTA.
Il sangue mi si gelò nelle vene.
Alzai lo sguardo verso l’Unità 17.
Nello stesso istante, dall’interno del deposito arrivò un rumore metallico.
Come una serratura che si sblocca da sola.
L’agente impallidì.
«È impossibile…» mormorò.
«Cosa?»
Lei fece un lento passo indietro.
«Nessuno dovrebbe essere là dentro.»
Poi la porta dell’Unità 17 iniziò ad aprirsi lentamente.
E proprio prima che si spalancasse del tutto, riconobbi una voce provenire dall’oscurità.
Una voce che avevo sentito per tutta la vita.
La voce di mio padre.
«Giuliano… se stai ascoltando questo, significa che sono rimasto senza tempo.»
La storia continua nel primo commento…