Quando la mia vicina mi fermò davanti all’ascensore, pensai che volesse semplicemente salutarmi.
Ma le sue parole mi lasciarono senza fiato.
«Signorina, potrebbe chiedere a suo marito di fare meno rumore durante il giorno? Sposta continuamente i mobili e parla al telefono a voce altissima.»
La fissai, confusa.
«Mi scusi, ma deve esserci un errore. Io non sono sposata. Vivo da sola.»
La donna aggrottò la fronte.
«Allora chi è l’uomo che sento nel suo appartamento quasi ogni giorno?»
Un brivido mi attraversò la schiena.
Mi chiamo Chiara, ho ventinove anni e lavoro in uno studio di architettura.
Da quasi un anno vivevo in un piccolo appartamento al terzo piano di un edificio tranquillo.
Uscivo ogni mattina alle otto e tornavo verso le sei di sera.
Non avevo coinquilini, non ospitavo nessuno e non avevo mai consegnato una copia delle chiavi ad amici o parenti.
«A che ora sente questi rumori?» domandai alla vicina.
«Di solito verso mezzogiorno. Ieri qualcuno ascoltava la radio. Martedì ho sentito trascinare una sedia per quasi dieci minuti.»
La ringraziai e rientrai immediatamente.
Controllai ogni stanza.
Le finestre erano chiuse, la porta non presentava segni di effrazione e i mobili sembravano al loro posto.
Poi entrai in cucina.

Una tazza era appoggiata accanto al lavandino.
Ero sicura di averla riposta nell’armadietto quella mattina.
Aprii il frigorifero.
Mancavano alcuni alimenti.
Mi tornarono in mente piccoli episodi che avevo ignorato: una sciarpa scomparsa, un cassetto lasciato aperto e uno strano profumo maschile nel corridoio.
Quella notte non riuscii quasi a dormire.
Il mattino seguente chiamai la proprietaria, la signora De Luca.
«Qualcun altro potrebbe avere le chiavi del mio appartamento?»
«Non dovrebbe essere possibile», rispose. «Perché?»
Le raccontai tutto.
Dopo un lungo silenzio, mi promise di controllare i documenti del precedente proprietario.
Contattai anche la polizia per segnalare la situazione.
Mi consigliarono di non affrontare nessuno e di avvisarli immediatamente se avessi notato un ingresso sospetto.
Decisi quindi di installare una piccola telecamera rivolta verso la porta d’ingresso.
Quella notte dormii a casa di un’amica.
Il giorno dopo andai normalmente al lavoro.
Alle undici e cinquanta, mentre stavo controllando alcuni progetti, il telefono vibrò.
Sul display apparve una notifica.
Movimento rilevato nel suo appartamento.
Aprii immediatamente il video.
La porta di casa si stava aprendo.
Un uomo sulla cinquantina entrò tranquillamente nel mio appartamento.
Indossava una giacca scura e teneva un mazzo di chiavi in mano.
Non aveva forzato la serratura.
Aveva aperto la porta come se fosse casa sua.
Lo vidi togliersi le scarpe, attraversare il soggiorno e aprire il frigorifero.
Prese una bottiglia d’acqua e si sedette sul mio divano.
Poi accese la televisione.
Tremavo così tanto che riuscivo a malapena a tenere il telefono.
Chiamai immediatamente la polizia.
Successivamente inviai una fotografia dell’uomo alla signora De Luca.
La sua risposta arrivò pochi secondi dopo.
«Chiara, conosco quell’uomo.»
Sentii il cuore accelerare.
«Chi è?»
«Si chiama Giorgio Moretti. È il vecchio proprietario dell’appartamento.»
Rimasi senza parole.
La signora De Luca mi spiegò che aveva acquistato la casa quattro anni prima.
Giorgio ci aveva abitato per quasi vent’anni.
Quando aveva venduto l’immobile, aveva dichiarato di aver consegnato tutte le chiavi.
Evidentemente, ne aveva conservata una.
Continuai a osservare la registrazione.
L’uomo si alzò dal divano e si diresse verso la mia camera da letto.
La telecamera non riprendeva quella stanza.
Per alcuni minuti non vidi nulla.
Poi Giorgio tornò in soggiorno.
Aveva qualcosa tra le mani.
Il mio portagioie.
Lo aprì, osservò attentamente il contenuto e infilò un braccialetto nella tasca.
Mi sentii gelare.
Non era soltanto entrato nel mio appartamento.
Stava rubando i miei oggetti personali.
Poco dopo, due agenti arrivarono davanti all’edificio.
Avevo già spiegato loro che nessuno era autorizzato a entrare in casa.
Gli agenti intervennero e fermarono l’uomo.
Quando tornai, accompagnata da un’amica, Giorgio era già stato portato via.
Un poliziotto mi chiese di controllare se mancasse qualcosa.
Entrai nella camera da letto.
Diversi cassetti erano aperti.
Alcuni vestiti erano stati spostati.
Il mio vecchio diario, che conservavo in fondo all’armadio, era scomparso.
Ma la scoperta più inquietante arrivò qualche giorno dopo.
Durante gli accertamenti, gli investigatori recuperarono diversi oggetti appartenenti a me.
C’erano una sciarpa, alcuni gioielli, una spazzola per capelli e persino una fotografia che credevo di aver perso durante il trasloco.
Nel telefono di Giorgio trovarono inoltre numerose immagini del mio appartamento.
Alcune risalivano a diversi mesi prima.
Aveva fotografato la cucina, il soggiorno e la camera da letto.
In certe fotografie comparivano perfino i vestiti che avevo lasciato sulla sedia prima di uscire.
Capì allora che quell’uomo frequentava casa mia da molto tempo.
Secondo quanto emerse dalle indagini, Giorgio aveva continuato a considerare l’appartamento come un luogo che gli apparteneva.
Conosceva i miei orari e approfittava delle ore in cui ero al lavoro per entrare.
A volte mangiava qualcosa.
Altre volte guardava la televisione.
E occasionalmente portava via piccoli oggetti.
Per mesi avevo pensato di essere semplicemente distratta.
In realtà, uno sconosciuto entrava regolarmente nella mia casa.
La proprietaria fece sostituire immediatamente le serrature.
Mi offrì anche assistenza per tutte le procedure necessarie.
Ma non riuscivo più a sentirmi tranquilla in quell’appartamento.
Ogni rumore nel corridoio mi faceva sobbalzare.
Ogni volta che rientravo dal lavoro, controllavo tutte le stanze.
Due settimane dopo decisi di trasferirmi.
Il nuovo appartamento era più piccolo, ma finalmente riuscivo a dormire serenamente.
Una sera, mentre sistemavo gli ultimi scatoloni, ricevetti una telefonata.
Era la mia vecchia vicina.
«Volevo sapere come sta», mi disse.
La ringraziai sinceramente.
«Se non mi avesse parlato di quei rumori, forse non avrei scoperto nulla.»
La donna sospirò.
«Avevo paura di essere indiscreta. Pensavo che fosse una questione privata.»
«Ha fatto la cosa giusta», risposi.
Dopo aver riattaccato, rimasi qualche minuto a guardare la porta del mio nuovo appartamento.
Avevo imparato che anche i dettagli più insignificanti possono nascondere qualcosa di importante.
E ancora oggi ricordo perfettamente quella frase pronunciata davanti all’ascensore:
«Dica a suo marito di fare meno rumore.»
Perché io non avevo un marito.
E l’uomo che la mia vicina sentiva ogni giorno non avrebbe mai dovuto trovarsi dentro casa mia.